Quando il supporto degli altri sostiene l’autostima – e quando smette di farlo. La prospettiva delle terapie brevi

Quando il supporto degli altri sostiene l’autostima – e quando smette di farlo. La prospettiva delle terapie brevi

Obiettivo dell’articolo è esplorare in che modo il supporto degli altri sostiene e rafforza l’autostima e in quali condizioni, invece, rischia di indebolirla, attraverso lo sguardo delle terapie brevi.

Una convenzione molto diffusa sull’autostima è che una persona “sicura di sé” non abbia bisogno di nessuno. Che la capacità di farcela da soli sia il segno distintivo di forza, capacità, maturità ed equilibrio.

Nel lavoro terapeutico, questa idea ha implicazioni che possono diventare profondamente dannose. Molte persone, infatti,  arrivano arrivano ad una consultazione psicologica portando con sé una convinzione silenziosa ma rigida: “Se avessi davvero una buona autostima, non avrei bisogno di supporto – Se ho bisogno di aiuto, significa che non sono capace o abbastanza capace”. Il risultato che si ottiene è paradossale: più il bisogno di supporto viene negato, più l’autostima si indebolisce.

Autostima e relazioni

L’autostima non è un tratto indipendente ne tantomeno un sistema chiuso: è piuttosto un processo, che si costruisce  e si riorganizza nel tempo attraverso esperienze di efficacia, riconoscimento e regolazione emotiva, spesso mediate da relazioni significative (Bowlby, 1988).

Numerosi contributi teorici sull’autostima hanno mostrato come il senso di efficacia personale sia profondamente intrecciato alle relazioni significative e che il bisogno di autonomia non esclude il bisogno di relazione: al contrario, un contesto relazionale supportivo favorisce lo sviluppo di competenza e agency (Deci & Ryan, 2000). Allo stesso tempo, la perdita di percezione di efficacia può essere influenzata da modalità relazionali disfunzionali (Branden, 1994).

Il problema emerge quando il supporto viene confuso con:

  • delega costante,
  • richiesta di conferme continue,
  • evitamento dell’azione autonoma.

Il punto cruciale, dunque,  non è tanto avere bisogno degli altri, quanto piuttosto come il supporto viene utilizzato e il ruolo che assume all’interno del funzionamento della persona in relazione a se stessa, agli altri e al mondo. 

Il punto di vista  delle terapie brevi: da un bisogno che limita ad un bisogno che nutre

Dalla prospettiva delle terapie brevi — in particolare negli approcci strategici e solution focused — il supporto dell’altro diventa un elemento da osservare nel suo funzionamento, non tanto qualcosa da valutare in termini morali o causali:

  • come viene espresso,
  • quando viene richiesto,
  • a cosa serve nel mantenere o sbloccare il problema,
  • favorisce esperienze di efficacia oppure le sostituisce?

In questa cornice, il supporto che sostiene l’autostima, accompagna l’azione senza prenderne il posto, riduce la pressione ma non la responsabilità e sostiene nel tempo il senso di agency. 

Quando invece il supporto diventa una tentata soluzione rigida e disfunzionale, attraverso ricerca di conferme continue, delega costante, evitamento- finisce per trasformarsi in una forma di dipendenza che mantiene il problema ed alimenta il senso di incapacità e la percezione di non poter fare a meno di quell’aiuto. In questi casi, il supporto nasce spesso da buone intenzioni, ma finisce per rinforzare l’idea di incapacità.

Il lavoro terapeutico, da questa prospettiva , non mira ad eliminare il bisogno dell’altro, ma a riposizionarlo.

C0me sottolineano anche Duncan e Miller (2000), il cambiamento efficace avviene quando la persona resta protagonista del proprio processo, utilizzando le risorse – interne ed esterne- in modo coerente con la propria teoria del cambiamento. L’obiettivo finale è che la persona possa fare esperienza diretta delle proprie capacità, utilizzando il supporto come contesto facilitante e non come sostituto dell’azione.

In questo senso, l’autostima non si costruisce contro gli altri, ma attraverso un uso più consapevole delle proprie relazioni.

Le terapie brevi offrono strumenti concreti per lavorare su questo equilibrio delicato: non tolgono il supporto, al contrario, gli restituiscono una funzione che renda la persona più capace, non dipendente.

Ed è spesso in questo spostamento di sguardo sottile, che il cambiamento diventa stabile.


Sono la dr. Selena Tomei, Psicologa – Ph.D.
Lavoro con le terapie brevi per aiutare adulti e giovani adulti a ritrovare direzione, fiducia e risorse, un passo alla volta – non uno di più.
Bibliografia di riferimento
  • Bohart, A. C., & Tallman, K. (2010). Clients: The neglected common factor in psychotherapy. In B. L. Duncan, S. D. Miller, B. E. Wampold, & M. A. Hubble (Eds.), The heart and soul of change: Delivering what works in therapy (2nd ed., pp. 83–111). American Psychological Association. https://doi.org/10.1037/12075-003
  • Bowlby, J. (1988). A secure base: Parent-child attachment and healthy human development. Basic Books.
  • Branden, N. (1994). The six pillars of self-esteem. Bantam Books (trad. it. I sei pilastri dell’autostima, Tea Edizioni). Deci, E. L., & Ryan, R. M. (2000). The “what” and “why” of goal pursuits: Human needs and the self-determination of behavior. Psychological Inquiry, 11(4), 227–268. https://doi.org/10.1207/S15327965PLI1104_01
  • Duncan, B. L., & Miller, S. D. (2000). The client’s theory of change: Consulting the client in the integrative process. Journal of Psychotherapy Integration, 10(2), 169–187. https://doi.org/10.1023/A:1009448200244