Stress a lavoro: non sempre un nemico, spesso un messaggero che parla di bisogni inascoltati
By: dr.ssa Selena Tomei
Stress a lavoro: non sempre un nemico, spesso un messaggero che parla di bisogni inascoltati
È utile vedere lo stress sempre un nemico? No, e ce lo dice da diversi decenni anche la ricerca scientifica.
Molto più spesso, invece, lo stress è un messaggero potente: ti sta dicendo che qualcosa di importante non sta ricevendo una risposta.
È lunedì mattina. Un altro weekend senza riposare affatto, la casella di posta è comunque ancora colma, il telefono squilla ininterrottamente, una scadenza importante è alle porte. Senti il cuore accelerare e pensi: «sono stressata, non posso continuare cosi». E quasi sempre lo pensi come un problema da eliminare il prima possibile. Diversamente, non ce la farai.
È una situazione molto più diffusa di quanto si pensi e la incontro molto spesso nei gruppi durante le formazioni e nel mio studio di psicologia.
E i dati sembrano sostenere questo mio dato empirico raccolto sul campo: secondo un’ultima indagine europea su oltre 28.000 lavoratori, quasi uno su tre dice di soffrire di stress, ansia o depressione causati o peggiorati dal lavoro. Più di quattro su dieci lavorano con tempi troppo stretti o con un carico eccessivo. E uno su tre ha la sensazione che il proprio impegno passi inosservato (EU-OSHA, 2025).
E se provassimo a guardare lo stress anche in un altro modo? Ampliano il nostro sguardo?
Una premessa però è doverosa, la stessa che faccio ad ogni persona che incontro nei percorsi di formazione o supporto: guardare anche in un altro modo lo stress, non significa sottovalutarlo. Lo stress nei luoghi di lavoro è reale, e spesso nasce da carichi, tempi e modi di organizzare il lavoro che non dipendono da te. Non si tratta di convincersi che vada tutto bene, di pensare positivo, né di imparare a sopportare di più. Si tratta di allargare lo sguardo: accanto a ciò che l’organizzazione deve cambiare, scoprire cosa lo stress può dirci di utile per noi e cosa possiamo farne.
Lo stress è solo un nemico?
Quando sei sotto pressione, il corpo si attiva: il cuore batte più forte, il respiro accelera, l’attenzione si concentra su ciò che conta. È il modo in cui l’organismo si prepara ad affrontare una sfida. Già all’inizio del Novecento gli psicologi Robert Yerkes e John Dodson avevano osservato che il rapporto tra attivazione e prestazione ha la forma di una U rovesciata (Yerkes & Dodson, 1908). Con troppa poca attivazione siamo apatici e rendiamo poco. Con una dose moderata siamo vigili, motivati e concentrati. Oltre una certa soglia, invece, la prestazione cala. Il punto ideale cambia da persona a persona: l’obiettivo non è azzerare lo stress, ma trovare la propria misura.
A fare la differenza è anche il modo in cui guardi a questa attivazione. Gli psicologi lo chiamano stress mindset: l’atteggiamento mentale verso lo stress. C’è chi lo vede solo come qualcosa che logora e chi lo vede anche come un’energia che aiuta a reagire, crescere e imparare.
Le ricerche avviate nel 2013 dalla psicologa Alia Crum e dai suoi colleghi mostrano che come pensiamo lo stress conta davvero (Crum et al., 2013). Chi vede lo stress anche come una risorsa tende ad avere meno sintomi e a lavorare meglio. E la buona notizia è che questo atteggiamento si può allenare. In uno studio del 2023, i dipendenti di una grande azienda appena uscita da una fase di licenziamenti hanno imparato a riconoscere il proprio stress e a usarne l’energia: nelle settimane successive stavano meglio e lavoravano meglio (Crum et al., 2023).
Non è una formula magica e non dobbiamo scambiarlo come una panacea di tutti i mali causati dallo stress. Gli studi più recenti indicano che l’effetto è reale ma contenuto, e funziona meglio se associato ad altri strumenti (Bosshard & Gomez, 2024). Però è senza dubbio una prospettiva interessante per ampliare lo sguardo sullo stress.
Questo non vale solo per lo stress. Secondo l’epistemologia costruttivista, alla base di diversi modelli di terapia breve, non ci limitiamo a subire passivamente la realtà: la leggiamo e le diamo un significato, e quel significato orienta ciò che facciamo. Paul Watzlawick distingueva tra una realtà di primo ordine, fatta dei fatti (il carico di lavoro, le scadenze, le decisioni prese da altri), e una realtà di secondo ordine, fatta dei significati che diamo a quei fatti. La prima non dipende da noi. La seconda sì, ed è quello su cui possiamo intervenire. E il modo in cui leggiamo una situazione stressante cambia anche il modo in cui proviamo ad affrontarla (Watzlawick, 1976).
Lo stress non parla solo di fatiche ma anche di bisogni
C’è un aspetto dello stress nei contesti lavorativi di cui si parla poco. Edward Deci e Richard Ryan nella loro Teoria dell’Autodeterminazione (1985; 2000) evidenziano che per stare bene abbiamo bisogno che vengano soddisfatti tre bisogni:
- Autonomia: percepirsi come causa delle proprie azioni, sentire di avere voce in capitolo su come fai il tuo lavoro.
- Competenza: sentire di saper fare bene quello che fai, e che qualcuno se ne accorga.
- Relazione: sentirti parte di un gruppo, con colleghi su cui poter contare.
Non è solo una bella teoria. Un’ampia revisione di quasi cento studi condotti sui lavoratori conferma che quando questi bisogni sono soddisfatti le persone stanno effettivamente meglio e si esauriscono meno (Van den Broeck et al., 2016). Quando invece questi bisogni vengono ignorati o calpestati, il rischio di burnout cresce.
Ora ripensa ai dati di prima. Tempi stretti decisi da altri toccano l’autonomia. Un impegno che nessuno nota tocca la competenza. Un gruppo in cui si comunica male tocca la relazione. Una parte di quello che chiamiamo «stress da lavoro» è proprio questo: un bisogno importante rimasto senza risposta.
Una domanda diversa per cambiare lo sguardo
Di solito, quando siamo stressati, ci chiediamo: «come faccio a reggere?». È una domanda che ci porta a stringere i denti e ad andare avanti, finché il bicchiere diventa troppo pesante da portare.
Prova a fartene un’altra: «di cosa ho bisogno, e cosa mi sta mancando?»
- Se ti senti schiacciato da scadenze e decisioni prese da altri, forse ti manca autonomia. Anche un piccolo spazio di scelta su come organizzi la giornata può fare la differenza.
- Se ti sorprendi a pensare «tanto non serve a niente», forse ti manca un riscontro. Prova a notare ciò che funziona, anche le piccole cose, e a chiedere feedback.
- Se ti senti solo davanti ai problemi, forse puoi lavorare sul costruire una rete. Cercare un collega con cui confrontarti non è un segno di debolezza: è una strategia efficace contro lo stress.
Riconoscere il bisogno non risolve tutto da solo, e molte risposte dipendono anche dall’organizzazione in cui si lavora. Ma ti aiuta a capire dove intervenire, e aiuta le organizzazioni a capire cosa migliorare e potenziare. Ascoltato così, lo stress smette di essere solo un peso da sopportare e diventa anche un’informazione preziosa.
Riferimenti dalla letteratura
- Bosshard, M., & Gomez, P. (2024). Effectiveness of stress arousal reappraisal and stress-is-enhancing mindset interventions on task performance outcomes: A meta-analysis of randomized controlled trials. Scientific Reports, 14, 7923.
- Crum, A. J., Salovey, P., & Achor, S. (2013). Rethinking stress: The role of mindsets in determining the stress response. Journal of Personality and Social Psychology, 104(4), 716–733. https://doi.org/10.1037/a0031201
- Crum, A. J., Santoro, E., Handley-Miner, I., Smith, E. N., Evans, K., Moraveji, N., Achor, S., & Salovey, P. (2023). Evaluation of the “rethink stress” mindset intervention: A metacognitive approach to changing mindsets.Journal of Experimental Psychology: General, 152(9), 2603–2622. https://doi.org/10.1037/xge0001396
- Deci, E. e Ryan, R. (1985). Intrinsic motivation and self-determination in human behaviour. Plenum Press.
- Ryan, R. M., & Deci, E. L. (2000). Self-determination theory and the facilitation of intrinsic motivation, social development, and well-being. American Psychologist, 55(1), 68–78. https://doi.org/10.1037/0003-066X.55.1.68
- EU-OSHA (2025). OSH Pulse 2025: Occupational safety and health in the era of climate and digital change.
- Van den Broeck, A., Ferris, D. L., Chang, C.-H., & Rosen, C. C. (2016). A review of self-determination theory’s basic psychological needs at work. Journal of Management, 42(5), 1195–1229. https://doi.org/10.1177/0149206316632058
- Watzlawick, P. (1976). La realtà della realtà: confusione, disinformazione, comunicazione. Astrolabio Ubaldini.
- Yerkes, R.M., & Dodson, J.D. (1908). The Relation of Strength of Stimulus to Rapidity of Habit Formation. Journal of Comparative Neurology & Psychology, 18, 459–482. https://doi.org/10.1002/cne.920180503